(O sarebbe più appropriato chiamarlo “Ahi Fest!”?)

Sabato 13 settembre ho avuto modo di incontrare dopo mesi un amico ma soprattutto un artista il cui talento è davvero smisurato e poterlo vedere all’opera riempie il cuore di gioia. Sto parlando dell’attore palermitano Francesco Glaviano (conosciuto durante una settimana di MasterClass assieme ad altri attori e aspiranti tali, tenuta dal regista Giovanni Veronesi e che ha avuto luogo a Saracena e di cui vi parlai in questo articolo).

In “Canzone contro la paura” di Brunori Sas ad un certo punto si trova questo verso: “Canzoni che parlano d’amore
Perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare?
” e si potrebbe riassumere affettuosamente così il cortometraggio del regista Domenico Pampinella intitolato “Polaroid” e che vede fra gli interpreti il sopracitato Francesco, una eccellente Chiara Bologna e con l’amichevole partecipazione di Salvo Cambria.

Il Cinema è una fucina di storie d’amore (vere o inventate che siano) sin dai suoi albori e ogni volta ci si sorprende di come ogni storia sia unica, a sé stante e irripetibile tanto nelle sue gioie che nei suoi momenti dolorosi. Parlare d’amore e mostrare l’amore come in questo caso, non è mai semplice perché ci sono pericoli nascosti ovunque: dal già detto al già visto, il cliché che incombe come una minaccia e che potrebbe rovinare tutto e se vogliamo aggiungere difficoltà a difficoltà, una cosa è avere un lungometraggio per sviluppare sullo schermo “l’intera evoluzione del sentimento amoroso” (per dirla alla Recalcati) e un conto è -come in questo caso- avere a disposizione solo e unicamente 15 minuti d’orologio! Perché Polaroid questo è: un cortometraggio denso e al contempo delicato.

Ritrovarsi dopo anni e rendersi conto che le incomprensioni restano insolute, perché non si è saputo stare a fianco e sostenere o semplicemente perché si avevano obiettivi differenti può ancora fare male, soprattutto nel momento in cui ci si rende conto che l’uno è riuscito a voltare pagina e ad evolversi, mentre l’altra invece è rimasta ferma.

Restano però i momenti felici, le polaroid del ricordo che appaiono dense e dalla luce calda, come solo la vita che scorre sa essere e se per alcuni l’amore e/o le proprie passioni si rinnovano di giorno in giorno, per altri rimane un qualcosa di effimero e intangibile perché si è temuto di correre il rischio, si è avuto e si ha paura della felicità. Auguro a Polaroid una lunga vita e a tutte le persone che lo hanno realizzato molte e belle soddisfazioni.

Ma urge sottolineare anche le note dolenti della serata e che evidenziano tutte le mancanze organizzative di questo I-Fest International Film Festival di Castrovillari giunto -tra l’altro- alla sua 6ª edizione.

Già vedendo il programma della serata, balza agli occhi una incongruenza di fondo: come può proprio il corto Polaroid ad essere proiettato alle ore 20:00 se per quell’ora è prevista la “Serata evento-Premiazioni Concorsi” alla presenza addirittura degli ospiti internazionali? E 20 minuti dopo proiettare il corto Amelia che era in lizza con tutti gli altri? Vabbè, errore di stampa mi sono detta e così speravo…

Ma non fu un errore. Arrivata lì per tempo, proprio per poter godere delle proiezioni, mi sono imbattuta in un qualcosa che ha dell’incredibile e dell’inimmaginabile: le addette del festival, poste all’entrata per verificare biglietti e nomi degli invitati inseriti nelle “liste ospiti” dei vari cast, erano totalmente in preda al panico! Ho intuito mancasse qualcosa o che a loro non fosse stato comunicato qualcosa, ma di fatto per queste ragazze la situazione era diventata ingestibile (si badi bene, non sto puntando il dito verso le addette, loro non hanno nessuna colpa) e cosa decidono di fare?: chiedono gentilmente a noi presenti di fare un passo indietro, uscire dalla location che sarebbe diventata fruibile non appena la situazione fosse ridiventata chiara anche per loro e in poche parole, hanno chiuso in faccia al pubblico il portone d’accesso dell’arena sita sul terrazzo del Castello Aragonese di Castrovillari.

Mentre eravamo tutti lì fuori, non solo noi pubblico/invitati, ma agli stessi cast dei cortometraggi non era permesso entrare (!), ci giungevano nell’aria gli audio dei cortometraggi che comunque venivano mandati sullo schermo. Ancora una volta ho pensato “chissà, magari qualche proiezione del preserale non è ancora conclusa e non si trovano con gli orari” … sbagliato di nuovo! Quando finalmente ci hanno fatto entrare e accomodare, abbiamo notato con sommo sgomento che di Polaroid scorrevano i titoli di coda!!! Ma è mai possibile proiettare dei film senza pubblico??? Da che mondo è mondo lo spettacolo si fa anche solo con un presente in sala, ma se in sala -il pubblico- non lo fai entrare che senso ha fare un festival?!? Tanto vale fare delle proiezioni private a casa propria, no? Noi presenti esattamente come il cast eravamo allibiti. Si era pensato di protestare pacificamente rimanendo in piedi e non accomodandoci, ma gli organizzatori avrebbero capito, colto il messaggio? Mi sa di no. E di fatto da quegli organizzatori si è andato a parlare, ottenendo con non poca difficoltà, che il cortometraggio venisse riproiettato alla presenza del cast in sala.

Ma come?: questi artisti, questi lavoratori del Cinema (perché si parla di Cinema anche se il filmato non dura 3 ore come l’ultimo Sorrentino), che hanno impiegato idee, fatica, lavoro, ore e ore di viaggio, non devono nemmeno avere la soddisfazione di fruire del proprio lavoro sedendo fra il pubblico? Gli Artisti di questo vivono: non di premi (che possono arrivare come non arrivare), non di sviolinate (vere o false che siano), bensì di applausi (fosse anche uno soltanto!) perché la fatica e l’impegno devono poter essere visti e riconosciuti da tutti. Queste proiezioni in loop, le une attaccate alle altre, senza pausa e senza nessuno che le annunciasse le ho trovate irrispettose e totalmente approssimative sia verso i vari cast presenti sia verso il pubblico che ovviamente non comprendeva cosa stava scorrendo sotto i propri occhi.

Spero sia stato un episodio singolo, di una serata per nulla fortunata e spero che queste parole narranti ciò che in prima persona ho vissuto, possano servire agli organizzatori per migliorare e perfezionare una rassegna che si è dimostrata ben diversa da come appariva nei servizi televisivi mandati in onda sui tg regionali.