
Stadio del Conero, Ancona, 2 giugno 2025
A mio fratello Francesco piace la musica di Ultimo. Io di Ultimo conosco solo i trascorsi sanremesi. Francesco vuole andare ad un suo concerto, ci tiene molto. Io all’inizio sono un po’ scettica, poi dico “ok, ti accompagno”. Francesco è contento, ma dice anche che se la pazzia deve essere completa, dobbiamo prendere i biglietti per il prato. E va bene, prato sia (!)… così con i biglietti acquistati da ottobre eravamo pronti per la 2ª data del tour 2025. Nell’ultimo mese mi sono spesso chiesta “ma chi me lo ha fatto fare?” pensando al futuro sudore, alla futura polvere, alla stanchezza che ci avrebbe atteso, non ero pronta psicologicamente: io che sino ad ora i concerti li ho sempre seguiti da una seggiola numerata dei palazzetti o da una comoda poltrona nominativa in teatro.
Andando verso Ancona mio fratello mette le canzoni di Niccolò Moriconi in macchina, ma non gli vado dietro, non le so, non ne conosco nemmeno una di quelle che si propagano nell’abitacolo:
- Ma hai studiato come ti ho detto di fare?
- No
- E perché?
- È meglio, fidati
- Ma perché? Così non canti con tutti gli altri.
- Tu non ti preoccupare
Il suo viso era un po’ perplesso. L’apertura dei cancelli era prevista per le 16:00 (poi aprirono trenta minuti dopo), al nostro arrivo intorno alle 15:30 trovammo una fila lunghissima per il cancello 4: vi erano persone in coda da prima di mezzogiorno. Più si attendeva, più la fila aumentava e così anche il calore: 40° stimati con cielo terso e assenza completa d’aria, gradi percepiti 50 sulla pelle che ardeva. Ad un certo punto compare un autoveicolo dei vigili del fuoco (o della protezione civile, ora non ricordo bene) e l’addetto ridendo e sogghignando fa: “la volete l’acqua?”, al sì unisono della fila viene srotolata la pompa e noi veniamo annaffiati letteralmente dalla testa ai piedi. Ricordo molto bene la sensazione di refrigerio e benessere provati nell’immediato (sensazioni troppo brevi, i vestiti si asciugarono velocemente).
In fila a poco a poco l’eccitazione iniziava a salire: donne anziane ma rockettare (chissà quante ne hanno fatte in gioventù) iniziarono a spogliarsi rimanendo in costume e facendo attenzione a non versare a terra neanche un goccio di birra fresca; nuclei familiari si prendevano reciprocamente in giro sull’abbigliamento scelto: una polo troppo abbottonata, delle Lumberjack con carrarmato non proprio consono al momento; persone giunte con la navetta pronte a scavalcare la fila, ma due agguerritissime fan non facevano passare nessuno; ragazzi con lo zaino iniziavano ad intonare ritornelli, ecc… Verso le transenne dei controlli, qualcuna si è “persa” un reggiseno nero, ma più verosimilmente venne tolto per essere più libera! Vi erano coppie di tutti i tipi: di amici, di bambini e ragazzini accompagnati da genitori o altri parenti. Mi ha sorpreso la varietà del pubblico: si passava da bambini piccolissimi in passeggino con vaschette di patatine fritte con maionese, ad adolescenti o freschi maturandi, a persone molto mature e con qualche acciacco, ma tutte felici di esserci, tutti sorridenti, tutti (almeno per una 10ina di ore) amici che vanno nella stessa direzione, pur essendo perfetti sconosciuti.
Al di là dell’assoluta varietà del pubblico in attesa dell’inizio del concerto, il prato (a differenza dei posti a sedere sugli spalti, dove al massimo scambi convenevoli col vicino di posto) permette di fare conoscenze, di ascoltare storie, di far parte -seppur per un brevissimo lasso di tempo- della vita e delle esistenze altrui. Così abbiamo avuto l’opportunità di conoscere una coppia di ventenni (lui di Roma e lei abruzzese) che sono giunti in macchina e in macchina faranno ritorno perché l’indomani c’è da lavorare in macelleria; ci sono ancora le coppie innamoratesi con i brani di Niccolò e che lo seguono ovunque vada; il gruppo di ragazzi soprannominati i “pallavolisti” che sembravano formare una barriera umana e all’inizio -con loro davanti- non si vedeva nulla e che hanno mangiato dei panini talmente farciti che il ripieno era tre volte il pane; ma soprattutto io e mio fratello abbiamo fatto la conoscenza di Julieta: ragazza argentina, sposata con un italiano, 34 anni e 3 tre figli piccoli, emozionatissima perché in attesa di poter ricongiungersi al marito, lì in Argentina ha imparato l’italiano ascoltando proprio le canzoni di Ultimo e ora non riusciva a credere di trovarsi sotto il suo palco. Quel palco a forma di chiave, che nel corso degli anni ha aperto la porta di molti cuori in ascolto. Quando verso le 21:08 il palco si è acceso, i maxischermo si sono attivati assieme ad effetti grafici, luci e fumi, Julieta ha pianto un po’ dall’emozione.
Il concerto è durato due ore piene, ininterrotte, ricche di canti come se tra lui e il pubblico esistesse una sola ed unica voce e poi ascolto e meraviglia e incanto. Bellissimo il momento in cui inizia a “volare” letteralmente con il pianoforte per poi culminare con il brano La parte migliore di me dedicato al figlio Enea. Così com’è stato incredibile vedere come lo Stadio del Conero sold-out con i suoi 33mila presenti sulla canzone L’unica forza che ho sia divenuto un enorme cielo stellato.
Vedendo Niccolò sul palco ho capito che è questo il suo “habitat naturale”, non potrebbe stare altrove questo ragazzo, non potrebbe fare altro. Inutile da dire: ma ciò che conta non è una banale classifica di un festival; quest’ultimo può servire in qualche modo da vetrina -nel bene e nel male- ma i numeri quelli veri vengono fatti fuori da uno schermo e cioè in mezzo alla gente, ai concerti. Sono felice di essere stata presente ad Ancona con mio fratello; contenta che il mio primo stadio e il primo prato sia stato questo; ancora più felice di esserci stata totalmente impreparata: ho potuto in questo modo riconoscere il talento vero di questo ragazzo, emozionarmi completamente scevra da pregiudizi o preconcetti e sentire la pelle d’oca alzarsi quando ho scoperto che un pezzo davvero complesso come Giusy, Niccolò lo ha scritto quando aveva solo 14 anni!
E se sugli spalti resta un triangolo/quadrato vacante?: chi se ne frega… non sanno cosa si perdono!
Viva gli Ultimi, viva Ultimo, viva la Musica!




















🙂