
Lo scorso 7 dicembre su Rai1 è stata trasmessa l’apertura della stagione teatrale alla Scala di Milano. L’opera scelta per l’occasione è stata l’Attila di Giuseppe Verdi.
Le aspettative per l’evento erano davvero molto alte, anche e soprattutto perché il Direttore Riccardo Chailly in molte interviste, annunciava una “rilettura differente” dalle precedenti messe in scena. Insomma, la curiosità instillata da queste dichiarazioni, si era ben diffusa e si propagava velocemente. E lo spettacolo al quale ho assistito, è stato davvero sorprendente.
Sia ben chiaro: non posseggo gli strumenti necessari per analizzare nel dettaglio e con spietato rispetto il lavoro di Verdi e Solera, pertanto, mi soffermerò semplicemente su ciò he ho visto, certo sentito e che maggiormente mi hanno colpita. Ad iniziare dagli applausi rivolti al nostro Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: minuti da sembrare interminabili (ad un certo punto, il Presidente, mi è parso anche un po’ imbarazzato), quasi a voler dire che nonostante il governo attuale appaia inaffidabile ed affatto credibile, i cittadini hanno piena fiducia in questo Uomo dai modi garbati, infinitamente paziente e sempre puntuale e preciso ad ogni intervento e su ogni argomento.
Dopo l’Inno di Mameli, si spengono le luci. L’opera è suddivisa in un prologo più tre atti. I toni e le atmosfere appaiono sin da subito molto cupe e le regie -tanto di Davide Livermore quanto di Patrizia Carmine per quella televisiva- sono state azzeccatissime ed impeccabili.
Nonostante il lavoro verdiano risalga al 1846, ci giunge vivo ed attuale: una realtà allo sbando, intessuta di violenza e assetata di vendetta, che vede come unica risoluzione il baratro. Non vi sono sulla scena toghe e copricapi unni. L’Attila al quale assistiamo appartiene ad una realtà postmoderna, di certo post-conflitto con la scenografia richiamante luoghi distrutti, bombardati, relitti malconci di macerie, esattamente come gli animi dei protagonisti.
Ciò che sorprende maggiormente e che per certi versi sconvolge, è che il Maestro Chailly aveva visto giusto: il taglio che si è scelto di dare all’opera e le interpretazioni sentite -su tutte quelle di Ildar Abdrazakov e Saioa Hernández, rispettivamente nei panni di Attila e Odabella- ci lasciano dei personaggi dalle sfaccettature complesse, a tratti inafferrabili.
Odabella desiderosa di vendetta e perciò macchinatrice e armata, ma allo stesso tempo attratta e forse -se non innamorata- quasi affezionata al dominatore. Dal lato opposto invece, ritroviamo un re degli Unni quasi fin troppo umano, a tratti insicuro, di certo fortemente superstizioso ed incredulo nel momento in cui il fato si compie.
E allora: chi è davvero il barbaro? Il noto o l’ignoto? E la ferocia, non è forse insita in noi e non per forza di cose, esterna a noi stessi? Luce ed ombra sono un tutt’uno, si mescolano e confondono, ma con un’unica certezza alla base: senza distinzione alcuna, siamo tutti vittime e tutti carnefici.
- Al seguente link, è possibile rivedere Attila (Teatro alla Scala) dalla piattaforma RaiPlay.
