
In un precedente articolo (si veda Alceste à bicyclette) avevamo già accennato all’idea di «volgere lo sguardo» al cinema francese, di modo che ciò possa essere più che d’ispirazione per il nostro cinema, motivo di stimoli artistici.
Ebbene, ancora una volta, i tanto amati e odiati -con affetto- cugini d’oltralpe hanno realizzato un colpo davvero di tutto rispetto. L’opera alla quale stiamo facendo riferimento è “Les garçons et Guillaume, à table!”: (vincitrice di molteplici riconoscimenti tra cui ben 5 prestigiosi Premi César 2014 -miglior film, attore protagonista, adattamento, opera prima e montaggio- ha visto anche il successo al botteghino con super-incassi) commedia nata da una co-produzione tra Francia e Belgio, giunta in Italia il 23 gennaio 2014 e distribuita dalla Eagle Pictures.
Se la visione da noi svolta è stata così ritardata -e di ciò ci scusiamo- è dovuta ad una totale mancanza di seduzione da parte delle affiches e dei poster vari, che ne traducono maldestramente il titolo in “Tutto sua madre”.
Il titolo -divenuto così troppo distante dall’originale e così troppo simile ad un Almodovar di alcuni anni fa (nulla da eccepire al regista iberico, ma il timore di vedere sullo schermo una brutta copia del suo lavoro, purtroppo ci ha vinti), ci riporta alla mente dei consigli che la nostra docente di francese non si stancava di ripeterci:
«i nomi di persona non si traducono! Se non riuscite a dare senso compiuto alla traduzione, traducetela in maniera letterale!».
Ecco, sarebbe stato decisamente meglio… ancor meglio se in Italia, il film, fosse giunto con il titolo originale. Perché non solo con Almodovar non ha nulla a che vedere, ma cambiando il titolo, si è andato a modificare il senso complessivo della pellicola e questo, è davvero un peccato. Di fatti, la commedia da 86 minuti ideata, scritta, interpretata, adattata e realizzata dal membro della Comédie Français, Guillaume Gallienne è, non solo delicata e sublime nelle sue molte sfaccettature, ma è anche ricca di spunti e di cambiamenti nei personaggi, tanto da destare stupore e meraviglia scena dopo scena.
La trama è sorprendente e lo diviene ancor di più quando ci si rende conto che la pellicola è in realtà un lavoro autobiografico! Autobiografia che si è fatta libretto teatrale prima ed opera cinematografica d’esordio poi.
Il personaggio principale è Guillaume e della trama -che il lettore apprenderà solo divenendo spettatore- vi basti sapere che: è Vita che si fa Teatro e ancora, Cinema. Gallienne è caleidoscopico: è l’autore certo, ma anche l’interprete, ma soprattutto, è l’Uomo.
Uomo che per trent’anni ha vissuto una realtà che gli “è stata decretata di vivere” e si rende conto di ciò per puro caso, ascoltando una frase che se in una prima parte del film sottolinea l’unicità di Guillaume, ecco che la stessa frase -pronunciata questa volta con parte del soggetto differente- ne attesta l’evidente naturalezza.
E si stupisce di questo Guillaume, perché ora può capirsi sino in fondo, ora è se stesso, senza correre il rischio di sentirsi ancora domandare «ma lei si ama davvero così poco?». Ha una risata bella Guillaume: una risata limpida e pura, che fa innamorare. E Gallienne è un puro che ama, ama perdutamente… soprattutto le donne. Perché Guillaume le ammira, ne è attratto, le osserva, le ama, le ascolta le donne… Guillaume è le donne. Perché le donne -ognuna con le proprie caratteristiche- sono in Guillaume!
Ad ogni movenza, ad ogni ancheggiare con classe e seduzione, senza apparire mai volgare, viene fuori questa devota ammirazione per le donne e l’essere femminile. Davvero molto tenero ed intenso è il monologo sul «Soffio delle donne» -che deve poter essere ascoltato soprattutto con il cuore- per poterne cogliere il tatto aggraziato e l’intensa leggerezza.
Ciò che rende meravigliosa e sorprendente l’intera opera, non è solo l’alta qualità d’Attore (con la A maiuscola) di Gallienne nell’interpretare se stesso e la madre, ma è data anche dalle caratteristiche del montaggio curato da Valérie Deseine.
Il montaggio -senza pause, rallentamenti o buchi- dà, allo spettatore cinematografico, l’idea dell’atmosfera teatrale (dove guai a non seguire un tempo serrato, nell’esecuzione del testo!).
Il montaggio ancora, appare piacevolmente straripante di raccordi, ossia ricco di continuità fra due inquadrature (inquadrature che appaiono così molto forti e facilmente percepibili da parte dello spettatore; come ad esempio, iniziare un gesto in una inquadratura e concluderlo nella successiva, o ancora vedere Guillaume in un determinato ambiente che, nella inquadratura a seguire, si modificherà pur mantenendo lo stesso elemento principale), pronte ad evitare la percezione di stacchi e/o interruzioni temporali.
È un film, un’opera, una vita quella di Guillaume Gallienne che -attraverso il sorriso e l’ingenua candida purezza- fa riflettere sul nostro modo d’essere, su chi siamo veramente e per dirla alla Italo Calvino (estratto da “Molteplicità” – Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, edizioni Oscar Mondadori):
«[…] chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili […]».
