Chi legge il mio blog sa che non è nel mio stile scrivere di opere di cui si fa un gran parlare, perché non voglio correre il rischio di essere influenzata da pareri o giudizi soprattutto dati a caldo o espressi da fan appassionati e con “l’ormone impazzito”. Ma dato che sto soffrendo per la fine di un’altra serie tv che mi ha molto colpita e divertita (e di cui vi parlerò prossimamente, in attesa della realizzazione della sua 3a ed ultima stagione), ho dato retta al personaggio di Mikey Berzatto quando dice:

Lasciati andare

e così ho seguito “l’onda social” positivamente sconvolta dalle puntate di The Bear e ho iniziato la visione a mia volta, recuperandone le due stagioni. Questa serie tv prodotta dalla FX Productions è costituita -ad oggi- da 2 stagioni per un totale di 18 puntate dalla durata di 20/66 minuti. L’ideatore e regista è Christopher Storer, distribuita sulla piattaforma Disney+, vede fra gli interpreti Jeremy Allen White, Ayo Edebiri, Ebon Moss-Bachrach, Lionel Boyce, Liza Colòn-Zayas, Abby Elliott e Matty Matheson.

Trailer originale della 2a stagione andata in onda dal 23 giugno 2023

Metto su la 1a puntata intitolata Cambio di programma e la mia reazione è stata: “ma cosa diamine sto guardando?! Se continua così avrò i timpani perforati!!”. E già, l’impatto è stato a dir poco ASSORDANTE, nel vero senso del termine! Urlano tutti, ma proprio tutti e quando devono discutere diventa un enorme isterico ginepraio, dove le uniche cose che si fissano ben impresse nel cervello sono:

CA**O // CUGINO // Sì, CHEF!

Ho faticato ad arrivare in fondo a questa prima puntata, lo ammetto e sinceramente non capivo perché tutti invece la osannassero e così ho deciso di dare alla mini-serie una seconda possibilità… e ho fatto bene!

Altra cosa che -di solito- non faccio mai ossia svelare la trama, ma in questo caso mi preme farlo per poter raccontarvi per bene ciò che accade: Carmy Berzatto, giovane chef stellato, riceve in eredità la paninoteca di famiglia e investe tutto il suo talento e le sue capacità per salvarla dal rischio fallimento. Almeno questa è la trama principale. Una trama semplice, lineare e forse senza neanche troppe pretese. A questa vanno aggiunte e sommate tutte le altre sottotrame scaturite da ogni singolo personaggio.

The Bear viene classificata da alcuni semplicemente come “commedia“, secondo me non è propriamente corretto inserirla solo in questo genere narrativo d’appartenenza. Così come tra l’altro appare dalla pagina apposita su Disney+, con The Bear si fa più concreto il mondo narrativo della commistione dei generi e se proprio bisogna dare delle etichette, è una serie tv di genere drammatico con inserti comici (a volte del tutto spontanei, altre volte ricercati e voluti). Il tutto appare come un enorme groviglio all’interno del quale è difficile rinvenire i vari capi dei fili, ma una volta che il tutto inizia a dipanarsi, ecco che questa miniserie da 18 episodi si mostra per quello che è.

È un ottimo prodotto in grado di mostrare uno spaccato non solo di una famiglia di origini italiane, ma uno spaccato storico-sociale della stessa America, dove il sogno americano appare offuscato: dalla tanta burocrazia, dalla paura della sconfitta, dal timore costante di non farcela, dal timore di vivere un sentimento puro e sincero,

dalle aspettative troppo alte che puntualmente ci schiacciano, dalle dipendenze nelle quali ci si rifugia per illudersi di essere in grado; dalla diffidenza preconcetta che non fa altro che innalzare muri attorno a noi, precludendoci dalle gioie, dai successi condivisi e così, gli altri non appaiono come un’opportunità, bensì come un nemico con il quale essere perennemente in guerra.

E per mostrare tutto ciò, ecco che le immagini e le riprese hanno un taglio geometrico; gli orizzonti di Chicago appaiono sbilenchi; la fotografia che definirei “antica” come se ci mostrasse in alcuni punti la filigrana di prodotti audiovisivi in stile anni ’80/’90, è assolutamente congeniale alle narrazioni a cui ci apprestiamo ad assistere. Anche i colori scelti non sono messi a caso: sembrano riflettere lo stato d’animo dei protagonisti, ciascuno dei quali è l’antieroe di se stesso.

Gli attori sullo schermo sembrano “scomposti“: i loro colli (soprattutto la posa del collo di Carmy) appaiono piegati come se fossero afflitti da cervicale, le teste dondolano in si e no continui, i gesti sono utilizzati per troncare discorsi troppo accesi… Sui dialoghi cosa dire?: con tutti quei suoni, quei mugugni, le non-parole, parole smozzicate, frasi iniziate e non finite lasciate a metà e poi riprese, sarà stato complicatissimo scriverli. E mi rendo conto che questa è la realtà. Quotidianamente non siamo aggraziati, non parliamo bene e in modo corretto, non riusciamo ad esprimere quello che pensiamo, proviamo, vorremmo dire. Non so se questo modo di scrivere per il Cinema sia il nuovo modo di scrivere per il Cinema, certo è che

un prodotto del genere per come è stato ideato ed ultimato ha senza dubbio il merito di mostrarci la FRAGILITÀ di cui siamo intrisi, ma anche la FORZA D’ANIMO necessaria per poter cambiare e modificare il proprio punto di vista (sempre se a questo viene unito lo STUDIO, la DEDIZIONE e l’AMORE per le cose davvero importanti). E solo quando l’uomo tornerà a FIDARSI e ad aver FIDUCIA nell’altro riuscirà a comprendere che:

OGNI SECONDO CONTA

e possiamo viverlo a pieno solo mettendo da parte egoismi ed ossessioni per lasciare spazio al Noi, alla Gioia partecipata, alla Squadra che diviene Famiglia e alla lotta Insieme per un unico obiettivo comune dove non ci sono colpe da dare, ma successi da CONDIVIDERE.1

  1. le immagini contenute nell’articolo provengono all’account X ufficiale della serie The Bear ↩︎