
Tragedia Aspromontana
Lo scorso 10 maggio presso la Biblioteca Torre di Albidona “Rinaldo Chidichimo“, si è svolta la presentazione del libro Dove canta il cuculo di Gioacchino Criaco che ha conversato con la moderatrice della serata la dott.ssa Eva Catizone.
Il volume edito da Piemme e pubblicato a marzo 2026 è composto da 238 pagine, suddiviso in due parti corpose per un totale di 23 capitoli complessivi, che divengono man mano più brevi e serrati nel momento in cui la storia inizia ad avvinghiarsi su se stessa sino ad arrivare al punto conclusivo. Unico appunto da fare: ho sofferto un po’ la mancanza di un indice.
Perché ne parlo ora, a quasi un mese di distanza? Perché l’ho letto, tutto: ahimè nei ritagli di tempo a causa di svariati impegni (per questo mi è servito tutto questo tempo) e poi, il tempo impiegato è stato fondamentale per “digerire”/rielaborare quanto si è letto. “Dove canta il cuculo” è quasi da intendere come la continuazione di un altro volume dello stesso autore e scritto ormai diciotto anni fa: “Anime Nere” pubblicato all’epoca da Rubbettino e da cui venne realizzato il film omonimo per la regia di Francesco Munzi, film che venne presentato a festival internazionali importantissimi quali Venezia, Toronto, Londra, Busan.
E di “Anime Nere“, “Dove canta il cuculo” ne conserva l’impalcatura generale: scrittura asciutta e diretta in prima persona, le immagini emergono nitide staccandosi dai tratti d’inchiostro e se ne consiglia la lettura ad alta voce in quanto le narrazioni e i punti di vista offerti, sono fortemente carichi di un accento teatrale che non è di caricatura, bensì è dramma e tragedia classica. I 23 capitoli sono un andirivieni di marea da tsunami che finirà per inondare ogni cosa: il tutto si svolge fra l’Aspromonte, il Canada, il Messico e Milano. Apparentemente si ha l’illusione che “non accada nulla” perché la narrazione in 1ª persona quasi rimanda il Lettore a quei cunti che facevano gli anziani oralmente, eppure tutto accade, anche l’indicibile. Non è questo un noir che mostra nei minimi dettagli l’efferatezza, ma proprio quest’ultima arriva sotto pelle e scuote il Lettore. La crudeltà, la spietatezza e la vendetta mostrate come se fossero normalità.
Una scrittura agghiacciante che ben delinea la ferocia, la disumanità e i diversi caratteri dei singoli personaggi. Personaggi che si portano dietro tutte le contraddizioni delle radici di provenienza. Contraddizioni impastate di opposti inscindibili e ineluttabili quali:
- Fede: credo o scaramanzia?
- Rapporti: legami affettivi perpetuati nel tempo eppure nessuno si fida di nessuno
- Insonnia: non come condizione invalidante, bensì concepita come eterna veglia
- Possedere tutto eppure sentirsi eternamente orfani (di qualcuno e/o di qualcosa)
- Vita alla luce del sole fatta di relazioni e società; vita nel buio dove la solitudine è preferibile a tutto il resto
e tutto ciò è da intendere come “Ulissi a metà col viaggio senza un’Itaca alla fine“, dove vita e morte sono indissolubili.
E se per i protagonisti in Calabria non c’è amicizia, (come si legge a pag. 85) l’armonia fra noi c’è perché è la forza che ci garantisce poteri e affari. Non è l’amore che ci lega, né la rigidità delle regole su cui si fonda la nostra società. Il nostro è un patto fra diavoli, anche se lo abbiamo stretto in nome dei santi. Ci si rende conto che il tutto è ben più complesso di quanto appaia. Dove non solo le colpe si tramandano in eredità in attesa di una vendetta che oscilla tra principi morali, codice etico e smania di possesso.
Per questo motivo (p.154) Gli uomini sognano grandezze e realizzano tragedie. Le donne costruiscono quotidianità prima di badare ai sogni, ma non solo, in terre come la Calabria tutto sa ed è avvolto da una eterna Pasqua, dove quest’ultima raramente è gioia del cambiamento, di certo è totalmente tragedia di passione dolorosa. E la tragedia, la tragùdia, non solo avanza nelle contraddizioni di genti e territorio, ma si espande anche nelle metafore dell’uomo stesso con la natura: quindi il lupo appare come ladro, il toro come uno sbruffone, la civetta come annuncio di morte; finché non si arriva al cuculo. E qui, per quanto si vuole tessere le sorti del mondo come le Moire e sostituirsi ad esse, ecco che la vita sbalordisce e beffa, lascia l’amaro in bocca, l’eterna veglia consumerà il tessitore di trame e se la ‘ndrangheta non dimentica i torti subiti, la vita a sua volta chiede in cambio prezzi altissimi per i quali resteranno solo le piangenti a custodirne la memoria.
È un libro complesso, così come sono complesse le architetture messe in piedi da chi non solo ha “assecondato la propensione ad ammazzare“, ma alla fine ne rimare orfano di nido perché (p.162) Nessuno ormai da nessuna parte conosce il territorio in cui vive, trasformando il tuttomio in una manciata di sabbia del proprio inferno personale che fagocita ogni cosa.
