
Qualche giorno fa, nella noia di una sonnolenta e nebbiosa sera di fine inverno, arrancando fra palinsesti TV poco o nulla attraenti, apro una delle tante piattaforme e scorgo un titolo che ancora non avevo visionato nonostante lo avessi in lista.
Siccità film del 2022 presentato alla 79ima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia dove si è aggiudicato il Premio Pasinetti per il “miglior film”, con la regia di Paolo Virzì prodotto da Wildside e Vision Distribution e che vede fra gli interpreti: Valerio Mastandrea, Elena Lietti, Emanuela Fanelli, Silvio Orlando, Tommaso Ragno, Gabriel Montesi e Claudia Pandolfi.
È un film particolare, come forse in Italia non se ne vedevano da un po’. Di certo è un film “incasinato” e a cercare la sinossi sul web troviamo:
A Roma non piove da 3 anni, e la mancanza d’acqua stravolge regole e abitudini dei suoi cittadini. I destini di un autista, un avvocato, un attore e un ex detenuto si intrecciano, mentre lottano per la propria sopravvivenza
E fin qui sembra più che attuale: attuale nella narrazione di una crisi climatica che porta finanche al razionamento dell’acqua; attuale nel vedere zompettare allegramente le blatte in questa Roma sempre più degradata, tanto che nessuno sembra ci faccia più caso quasi che queste fossero un normalissimo animaletto domestico; attuale nelle rivolte sociali; attuale persino nella confusione comportamentale e di pensiero.
Gli autori che ne hanno firmato la sceneggiatura –Francesca Archibugi, Paolo Giordano, Francesco Piccolo e lo stesso Paolo Virzì– di certo sono partiti nella stesura dalla condizione apocalittica che ci siamo trovati ad affrontare con la pandemia e di certo non potevano immaginare quanto una realizzazione del genere (a tre anni abbondanti dal Covid) potesse rivelarsi così attuale e dettagliata. Aleggia ancora nel film il pericolo pandemia legato questa volta alla presenza delle blatte come già detto, vi è la questione “acqua” che viene razionalizzata e non basta per tutti con tanto di Tevere letteralmente prosciugato e sino a qui l’opera mette addosso una sete tale che berresti qualsiasi cosa… saranno state le immagini “secche”, il giallognolo della fotografia scelta da Luca Bigazzi che trasporta Roma in una sorta di atmosfera western, fatto sta che mi sono messa vicino una bottiglia d’acqua e non so quanti bicchieri ho bevuto sino alla fine del film. Di sicuro ho “tracannato” tutta l’acqua che i vari protagonisti non bevono. Ma non è solo questo.
Se abbandoniamo per un attimo il piano della trama più superficiale e leggessimo il tutto come una gigantesca metafora per la quale alla fine non serve nemmeno tanto sforzo di immaginazione per comprenderla, ci renderemmo conto di una cosa: che la Siccità ci si è attaccata addosso come carta moschicida e ad essere siccitosi siamo proprio noi esseri umani (se di umano abbiamo ancora qualcosa). Siamo secchi e quindi aridi di legami affettivi; totalmente incapaci di relazionarci con l’altro; incapaci di essere riconoscenti; inadeguati ad adattarci a nuove prospettive di vita; egocentrici al punto da non vedere più la sofferenza e l’insofferenza di chi ci sta di fianco (figuriamoci di uno sconosciuto col quale non riusciamo minimamente ad entrare in empatia!); siamo -oramai- talmente al limite finanche della nostra stessa vita che non siamo più nemmeno in grado di discernere cosa sia giusto e cosa sbagliato; il nostro brutto riflesso rispecchia solo l’io sopra ogni cosa, il noi è non pervenuto e per il noi non vi è posto alcuno. Insomma un’aridità d’essere e comportamentale che a poco a poco sta inglobando ogni cosa. Sarebbe auspicabile un cambio di prospettive, un cambio di sguardo da rivolgere questa volta non su di noi ma attorno a noi, invocando ovunque le piogge che bagnano, rigenerano e lavano via le scorie di una vita prosciugata.
