
Lavorando ad un progetto che mi sta molto a cuore, ho recuperato per varie motivazioni, tutti quei film che vedono come fulcro d’azione protagonisti con qualità da supereroe. E per “tutti i film”, faccio riferimento -in ordine cronologico d’uscita- tanto alle trasposizioni cinematografiche Warner DC Extended Universe (7 lavorazioni: dal 2013 ad oggi + un ripasso doveroso alla trilogia de “Il Cavaliere Oscuro” di Nolan), tanto alle tre fasi Marvel (23 lavorazioni: dal 2008 al 2019, in attesa della fase 4). E in entrambe le «casate rivali», è emerso un dato non da sottovalutare. Ma andiamo con ordine focalizzandoci su di un unico personaggio: Tony Stark, interpretato in maniera sublime ed eccelsa da Robert Downey Jr.
Quando Tony Stark fece la sua comparsa nel 2008, a primo impatto e solo per le scene iniziali di quella prima lavorazione, devo confessare che non mi stava granché simpatico, anzi, proprio non lo sopportavo. Pensai: “si, bel viso, belli gli occhi a calamita, ma troppo figlio di papà, troppo spocchioso, troppo egocentrico, troppo saccente, troppo irritante, a tratti esaltato e con uno spiccato senso all’autolesionismo sentimentale”. Di solito questi personaggi non sono i miei preferiti, ma qualcosa mi diceva di concedere a Tony una seconda opportunità, attendere ancora qualche breve passaggio e… me ne innamorai, perdutamente!
Tutte le caratteristiche che ho elencato poco sopra -con una chiara ed evidentissima connotazione negativa- non sono altro che la patina superficiale del “rampollo” Tony Stark. E questa patina superficiale si fa corazza per la quotidianità: questo essere all’unisono geniale, frivolo ed eccentrico non sono altro che uno scudo innalzato per “proteggersi” dalle sofferenze, dai possibili rifiuti, dal non sentirsi all’altezza, dalla paura di non essere in grado e/o non ancora pronto, scoprirsi vulnerabile, scalfibile e con un cuore che sa non solo battere per inerzia ma anche amare e di conseguenza, soffrire.
Curioso (o forse no!) che proprio la parte umana di Tony emerga in maniera magistrale quando -per cause di forza maggiore- il protagonista è costretto ad indossare quella prima armatura rudimentale (poi perfezionata nel e col tempo) che a dispetto di tutti e tutto diverrà finalmente Iron Man, nonché punto di riferimento -se non addirittura la parte migliore- degli Avengers.
L’involucro di acciaio, leghe, tecnologie super avanzate ed intelligenze artificiali (dapprima l’amato Jarvis a seguire Friday), commiste ad armi questa volta utilizzate per la difesa e non per l’attacco di come invece fu esempio la politica paterna, fanno comprendere a Tony e di conseguenza allo spettatore, che bisogna sempre lottare per la cosa giusta anche se incorriamo in errori o “sorprese” di vario genere. Bisogna Lottare: per le persone che amiamo, per un mondo migliore, per azzerare le ingiustizie e le disuguaglianze, per le future generazioni e anche un po’ per noi stessi abbattendo infine i demoni che ci caratterizzano: possiamo farlo, nonostante ci sembri utopistico. Dobbiamo farlo. Perché in fondo, siamo in grado di sopportarlo, anche se non lo sappiamo.
E allora ecco che patine superficiali ed armature vanno a fondersi divenendo tutt’uno, come nel giusto equilibrio fra lo yin e lo yang: buio e luce, dritto e rovescio, un essere d’acciaio con cuore e volto veramente umani che si offre in estremo sacrificio, perché una vita -in rapporto a tutte le altre possibili vite- può sí valere uno schiocco di dita. Ed è qui, nella semplicità e nell’enormità del gesto che l’uomo e la macchina divengono una sola cosa eterna, votata alla giustezza delle azioni, per un bene superiore che è l’Amore con la a maiuscola e si diviene Eroe e punto di riferimento massimo ed anche monito/insegnamento per le piccole battaglie che noi «comuni mortali» affrontiamo di giorno in giorno.
* le immagini sono state prese dal web


