Se c’è un periodo dell’anno che proprio non mi piace, è tutto quell’intervallo di tempo che va da San Valentino sino alla fine del Carnevale. Trovo sia davvero il periodo più triste in assoluto. E sì perché non c’è più nulla di spontaneo, di inatteso, d’imprevisto, come obbligati a fare per forza qualcosa: coppie stanche che forzatamente e banalmente provano a dimostrarsi un sentimento ormai ingrigito; coppie di giovani che tentano -insipidamente- di fare i romantici non sapendo manco dove sta di casa il romanticismo; le coppie appena formate che “dispensano diabete” da ogni poro e poi questo volersi divertire a tutti i costi, questa follia annoiata ed anche un po’ sgualcita, mi rattrista e mi fa sentire fuori posto, non a mio agio. E tutti questi cuori appesi ovunque, sembrano più una minaccia che una promessa, no?!
 
Ragionando sull’amore, su questa “bestia” che ci scompiglia e non si capisce più niente come durante una giornata di scirocco, nella mia mente viene fuori un dialogo surreale fra due cantautori e un regista:
 
  • Che coss’è l’amor?
  • É una pazzia, è come se fosse una forma di follia socialmente accettabile.
  • Se non parli d’amore, dai, di che altro vuoi parlare?
 
E così, ci sono cascata. Di nuovo. Così ho ascoltato amore ed ho visionato amore.  Ho ascoltato amore negli album musicali -entrambi usciti il 14 febbraio scorso- Che vita meravigliosa di Diodato (fresco vincitore di Sanremo70 con il brano Fai rumore) e Bestiario d’amore di Vinicio Capossela.
 

 

L’album di Diodato -composto da 11 tracce- sebbene in alcuni brani affronti la tematica della “fine di un amore”, in realtà è un inno a quest’ultimo e al suo essere vissuto appieno. Durante gli ascolti (sì al plurale, perché ho perso il conto di quante volte l’abbia già ascoltato perché me ne sono innamorata) la cosa che mi spiazza di più è quasi la contraddizione o meglio, l’opposizione fra musiche e parole di cui un esempio lampante è la traccia n.7 Non ti amo più: tanto le parole sono dure e dirette come lame, tanto la musica è fresca, ballabile, oserei dire “gioiosa”. E questo forse perché l’amore è anche così: ricco di forze opposte che si attraggono, che arrivate ad un certo punto esplodono (magari per una cavolata, per un particolare insignificante, un pensiero non detto che però fa rumore, tanto rumore). 

 

E allora sì che si dovrebbe fare sul serio rumore, farsi sentire, che a tacere si perde sempre e se magari tutto ormai è perduto, beh, diciamoci ciao e voltiamo pagina, cambiamo aria, nonostante sia stato bello, nonostante ci sia stato un qualcosa che ha fatto si che ci riconoscessimo; ma cambiare per l’altro no, essere ciò che non siamo, no per favore. Imponiamoci di ricercare e scovare l’essenzialità delle cose, di tornare a stupirci della “normalità” (qualunque cosa sia), dell’essenziale, che sì a stare soli si evitano un sacco di guai, ma come dice San Brunori Sas da Cosenza città: “me lo dicevi anche tu, la vita va vissuta e invece io la penso”… e non va bene perché nonostante i suoi dolori, il suo sedurci ed i suoi miracoli, nonostante ci agiti per bene come acqua di mare e nonostante il continuo sentirci spersi ed intensi come i protagonisti del film Lost in translation, la vita è meravigliosa proprio come canta Antonio e va vissuta.

 

L’album di Capossela è particolare, molto particolare. Composto “solo” da 4 brani che ipnotizzano (di cui il secondo che vi ho qui postato, dura 10:33 minuti), si presenta al pubblico come un elegante codice purpureo le cui figure nate dalla fantasia di Elisa Seitzinger mostrano illustrazioni che ne contengono delle altre, così da sottolineare ancora una volta quanto variegata e misteriosa sia la vita ed i sentimenti che la muovono in un turbinio di allegorie animali e animalesche. Il testo a cui da voce Vinicio è una lettera scritta da un erudito del milleduecento, Richart de Fornival. Come proprio Capossela scrive sul suo profilo instagram: l’amore apre i cancelli allo zoo interiore che ci portiamo dentro. Attiva in noi il lupo, il coccodrillo e la sirena, ci rende parenti stretti del licantropo, del corvo e dell’asino selvaggio, ci rende credibili la fenice e l’unicorno. Insomma mette in moto e rivela un intero bestiario d’amore, perché l’innamorato è un mostro, sopraffatto dalla necessità di mostrarsi […] non potendo evitare l’amore, lo si celebra. Nessuno è immune, nessuno può sfuggirgli, prima o poi la “bestia” ci infebbra e l’unico modo per scrollarsi di dosso il delirante e scellerato sconvolgimento dei sensi è “cedere al morso della tarantola”, ché poi si guarisce… credo… si spera.

 

Ho visionato amore nel film Figli -sceneggiatura tratta dal monologo I figli invecchiano– scritto da Mattia Torre (che ci ha lasciati troppo presto), realizzato da Giuseppe Bonito ed interpretato da Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea.  La scrittura di Torre come sempre è tagliente, non gli sfugge niente neanche il particolare più insignificante, ma allo stesso tempo è ironica ed autoironica. Si ride perché è una commedia, ma se ci si ferma un attimo e si va sotto la superficie, è semplice riconoscere e riconoscersi. Per questo è anche un film doloroso, col sorriso ma doloroso. E allora iniziano le domande, i quesiti, gli interrogativi ai quali forse non troveremo mai una risposta. Forse non dovremmo nemmeno porcele queste domande perché una cosa è certa: l’uomo non nasce genitore, pur possedendo un senso materno o paterno. Si è tutti figli di figli, che a loro volta sono stati figli e così via. Anche Adamo ed Eva non furono genitori, ma figli in quanto creati… già, l’uomo è di per sé inadatto a fare il genitore. Per  questo siamo costantemente insoddisfatti e attanagliati dai sensi di colpa. Però, sebbene il compito sia tra i più complessi se non impossibili ed è semplicissimo perdersi, mollare, abbandonare, non riuscire più a comprendersi, è importante però provarci, fare del proprio meglio e riuscire a fermarsi proprio un passo prima del baratro che è sempre aperto e sempre pronto ad accoglierci non appena ci buttiamo nel vuoto.
 
Non so cosa sia amore: forse è completarsi, forse -più semplicemente- prendersi cura; ancora potrebbe essere sconvolgimento costante col quale stringere sempre nuovi patti; alle volte però, amore è anche allontanarsi, dirsi no. Amore è sentirsi libero assieme all’altro e allo stesso tempo avere paura in due. Amore è fare piccoli passi, giorno dopo giorno, ripetersi “andrà tutto bene“; amore è perdersi per potersi ritrovare… amore è un gran casino… amore è: ma che ne so…