
Vi siete mai chiesti cos’è quel brivido che si prova nel trovarsi davanti ad un qualcosa o un qualcuno che senza chiederci il permesso ci cambia irrimediabilmente?
Per i 30anni dalla morte di Freddie Mercury -avvenuta il 24/11/1991-, la Rai per omaggiarlo ha mandato in onda in prima serata il film Bohemian Rhapsody del 2018 con la regia di Bryan Singere Rami Malek nei panni del frontman dei Queen.
Quell’anno fu l’opera cinematografica più premiata agli Oscar, aggiudicandosi ben 4 statuette (miglior attore protagonista, miglior montaggio, miglior montaggio sonoro e miglior sonoro). La pellicola della durata di 134 minuti (e qui sarebbe stata cosa assai gradita se la Rai l’avesse trasmessa senza interruzioni pubblicitarie ché ne hanno frammentato il pathos) va a narrare i primi 15 anni dei Queen: dalla loro nascita nel 1970, sino al concerto Live Aiddi Wembley nel 1985.
Quello che colpisce in tutta la realizzazione è questa voglia di farcela, di emergere di quattro ragazzi assolutamente comuni che si destreggiano fra gli studi al college, lavori provvisori e di fortuna e l’enorme passione verso la musica, con la consapevolezza -mai arrogante- di essere capaci, talentuosi e con quel qualcosa in più che fa la differenza.
Per l’epoca furono degli assoluti rivoluzionari: a loro non interessava fare musica commerciale che facesse classifica ed incassi assicurati, la loro era un’assoluta voglia di commistione, sperimentazione, mescolare generi, improvvisare, sfidare i propri limiti (sia strumentali che vocali). Nella loro musica è facile riscontrare svariate forme di rock (progressive, art, glam rock, heavy metal, rock and roll, rock psichedelico, dance rock, rock sinfonico, opera rock) e ancora blues, gospel, regtime, funk, folk epop. E così anche per l’uso della vocalità: basti pensare che Freddie Mercury aveva una voce baritonale usata però da tenore leggero e con l’uso del falsetto riusciva ad ottenere una timbrica ariosa e femminile. La sua estensione vocale (si parla di 4 ottave!) Mercury la attribuiva alla sua iperdontia1che non volle mai correggere:
“Più spazio nella bocca, più estensione vocale!
E proprio questa voglia di abbracciare ogni genere e possibilità, da alcuni non venne capita -come dal loro primo produttore che era convinto sarebbero presto finiti nel dimenticatoio- e da altri invece venne capita fin troppo, seminando zizzania all’interno del gruppo destabilizzandolo e vedendo in Mercury solo una gallina dalle uova d’oro da sfruttare come una macchina per fabbricare denaro a comando.
Questa estrema voglia di vivere al massimo lasciandosi contaminare da generi musicali e sperimentazioni, si riflette in Mercury anche nel vivere la sua vita privata con il piede ben schiacciato sull’acceleratore. Ciò che ne emerge, leggendo le note biografiche su internet e visionando il film, è la figura di un uomo fragileperché troppo desideroso di amare e di essere amato, dove fragilitànon è una caratteristica negativa, al contrario. Fragilità intesa come capacità di sentire e percepire tutto amplificato, sia le gioie che i dolori. Un po’ quello che sostiene Alessandro D’Avenia nel suo libro L’arte di essere fragili parlando di Giacomo Leopardi:
“Essere fragili è un’arte […] tanto più in un mondo dove vince chi è più forte […] essere fragili nell’animo, un animo malinconico che lo portava a cercare continuamente il suo “rapimento”, ovvero quella passione che dà senso alla vita, e che la rende piena.
Ed il suo pubblico, il pubblico dei Queen, di questo gruppo rock dal nome regale e con un suono splendido, aveva riconosciuto la sua e loro grandezza grazie proprio a quella fragilità perché il pubblico lo puoi ingannare una volta, forse due, ma se sul palco non sei credibile, autentico, “nudo”al punto che ti si vede l’anima in controluce, allora quel brivido non c’è, viene a mancare. Quel brivido che si prova e che ci cambia irrimediabilmente è il riconoscersi, lo scoprire che si è uguali perché la fragilità della grandezza è il nostro più essere veri, quella parte di noi non contaminata dalla paura, quel rapimento e quel quid che dà senso ad ogni cosa.
1Crescita di denti in soprannumero

Bel testo, Mariangela, complimenti.
Non conoscevo il blog.
Clap, clap.
Saluti,
Lydia
Grazie mille Lydia, a presto! 😘