Un grido che arriva dritto come una morsa allo stomaco e ti scuote svegliandoti.

In questa estate di ripresa (ce lo auguriamo) vi sto riproponendo alcuni articoli scritti un po’ di tempo fa ed oggi, vi ri-suggerisco la visione di un film al quale tengo moltissimo e che nel corso del tempo non ha mai perso la sua attualità e anzi, a rivederlo a distanza di 8 anni, ci si rende conto che poco o nulla si è fatto su determinati argomenti e tematiche, e sarebbe davvero giunta l’ora di darsi tutti da fare.

Attraverso l’opera prima “Il sud è niente” di Fabio Mollo (presentato nel 2013 ai festival di Toronto e di Roma -sezione Alice nella città- aggiudicandosi il premio Taodue per il miglior produttore esordiente di opera prima/seconda oltre ad altri svariati riconoscimenti e nomination) è possibile capire cos’è quella stretta che ti blocca lo stomaco e si libera solo con la Voce, le Parole e le lacrime che purificano. Ritornare a Sud -anche di noi stessi- è un viaggio da compiere, per cambiare, per cambiarci. 

E’ possibile riassumerlo così questo piccolo ed immenso gioiello di cinema italiano, che dopo tante fatiche, ha raggiunto finalmente le sale ed il pubblico. I soliti complimenti per un’opera ben fatta, non bastano ad esprimere quello “scombussolamento” che la storia scuote e rimescola dentro.

La cura dei particolari (ad iniziare proprio con i titoli di testa, che visivamente fanno da eco alla profondità del mare -mare più volte cercato all’interno del lungometraggio, come solo luogo in cui poter ritrovare se stessi- posto in apertura di film a mò di preambolo: di fatti, quelle narrate sono delle vicende di “profondità”) e la mimica rituale e sacra dei personaggi che riportano non soltanto a quelle radici culturali proprie del sud Italia, ma ricalcano ogni momento della narrazione come entità unica, proprio perché irripetibile e perciò avvolta da quel realismo magico che tanto sta a cuore all’autore.

L’essere riusciti a parlare di omertà, in un presente storico (ahimè) ancora così impregnato da quest’ultima ed essere riusciti a rendere il tutto non pesante, bensì coinvolgente a tal punto -nonostante la drammaticità degli eventi- da lasciarsi andare alle lacrime in un divenire crescendo, riscoprendo i significati classici dei termini Sympathia e Pàthos, inducono lo spettatore a ricercare una catarsi, un cambiamento. E s’invocano così i “NO, IO NON CI STO!”. Il Sud, in questo caso Reggio Calabria, non è altro che un pretesto: certo ci si riferisce in primo luogo proprio a quelle zone geografiche dove il tacere e la parola niente ti accompagnano sin dalla nascita, ma il raggio di diffusione è ben più largo e se vogliamo, più intimo.

Bisogna ritornare a fidarci della Parola, bisogna ritornare ad ascoltare la nostra Voce per poter dare Parola e Voce a quello che sappiamo, che vediamo e che ancora non è riuscito ad esprimersi.

È una realizzazione questa di grandi respiri: dalle sigarette fumate con avidità, nervosismo, rabbia ed unico punto di contatto tra un padre (Vinicio Marchioni) ed una figlia (Miriam Karlkvist) così vicini eppure lontanissimi per via di quel non detto, contornato -quasi con rassegnazione- da cose celate ed omesse, che a poco a poco implode, rimestando le voci di dentro e con dolore si fa schiaffo, scontro necessario e lacrime salate come acqua di mare. Ed è proprio dall’acqua di mare che la protagonista Grazia ritorna a respirare, a riappropriarsi della sua esistenza, del suo corpo strettamente in simbiosi col susseguirsi degli eventi.

Il Sud narrato è un sud distante da quello che siamo stati abituati a conoscere e riconoscere. É un Sud questo dai colori freddi e quasi impalpabili, più da città che da luogo al quale -da sempre- leghiamo ricordi e visioni di sfumature calde e a tratti teatrali (riscontrabili però nelle scene dei festeggiamenti alla Madonna). É un Sud contornato di chiaroscuri, di ombre e fra quelle ombre “tutto succede”.

“Il Sud è niente” è un titolo provocatorio, come spiega il regista. Con la speranza che il pubblico possa abbandonarsi totalmente alla storia facendola propria. Il viaggio più duro da percorrere è quello a Sud di noi stessi e lì, i luoghi sono fragilissimi e sempre in continuo tumulto, ma è proprio da questi luoghi profondissimi e a volte inaccessibili anche a noi stessi, che s’invoca un cambiamento -seppur doloroso- necessario.

Trailer ufficiale: