Finalmente sono riuscita a vedere Waiting for the Barbarians primo film in lingua inglese del regista Ciro Guerra, presentato in anteprima in concorso alla 76a Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia e distribuito in Italia a partire dal 24 settembre 2020. L’opera tratta dall’omonimo romanzo del 1980 dello scrittore John Maxwell Coetzee (qui anche in veste di sceneggiatore) é prodotta dalla Iervolino Entertainment ed ha una durata di 112 minuti. Fra gli interpreti vede: Mark Rylance (magistrato), Johnny Depp (colonnello Joll), Gana Bajarsajhan (ragazza barbara) e Robert Pattinson (Mandel).
 
Chi mi conosce sa che sia come spettatore che come sceneggiatore ci sono delle caratteristiche del linguaggio cinematografico che mal sopporto, in particolare i flashback e la cartellonistica (a meno che non siano fondamentali per l’evoluzione narrativa). Fortunatamente in questo prodotto dei primi non vi é traccia, i secondi invece compaiono dato che il film é suddiviso in capitoli e qui mi chiedo: erano indispensabili? Non c’era un altro modo? A mio avviso si poteva fare diversamente dato che gli elementi per sottolineare il passaggio del tempo e l’inserimento di nuovi punti di svolta c’erano tutti, ma dipende com’è stato scritto il romanzo e qui purtroppo devo ammettere la mia ignoranza, dato che non ho letto il libro. Ad ogni modo: questa é stata l’unica cosa che non mi ha soddisfatta, quindi passiamo al lato positivo.
 
Il film presenta dialoghi solo quando questi sono davvero indispensabili! Sia lodato! Quindi non vi aspettate un’opera parlata dove si sciorinano fiumi di parole perché, come la settima arte pretende, sono le immagini a dover raccontare e qui lo fanno in una maniera davvero puntuale e agghiacciante: merito anche della fotografia di Chris Menges.
 
Il tutto prende il via in un luogo che definirei quasi “sospeso”, come una oasi, un miraggio, una frontiera “armoniosa” dove i problemi restano al di fuori delle spesse porte d’accesso. Ma quando i problemi -incarnati nella figura del Colonnello Joll- con prepotenza si impongono andando a turbare quiete e fiducia reciproca, ecco che tutto diventa deserto.
 
Non solo deserto fisico, luogo concreto e tangibile, ma anche deserto dell’animo, ambiente arido dove le uniche cose ad attecchire sono il narcisismo, il divinizzarsi ad essere intoccabile di chi dispone a piacimento anche della vita e della morte degli altri e l’ignoranza che concepisce solo ciò in cui si vuole credere, mettendo su di un piedistallo la propria errata onnipotenza. E Johnny Depp nell’incarnare tutte queste sfaccettature del male e del maligno é assolutamente inappuntabile.
 
É questo un film crudo e straziante soprattutto in alcuni punti e mi ha fatto tornare alla mente due cose. La prima: in questi giorni sto terminando la lettura del thriller “Io sono Dio” di Giorgio Faletti e in alcune pagine compare questa frase:
 
«Le guerre finiscono. L’odio dura per sempre».

Frase che -ahimè- ha un fondo di verità, se rapportata al nostro quotidiano e sempre più spesso assistiamo o veniamo a conoscenza di atavici atti di odio, mai risolti e che di tanto in tanto ritornano in superficie anche in assenza di guerre.

La seconda cosa a cui ho pensato é all’origine del termine barbaro: deriva dal greco e letteralmente significa “balbuziente” ossia in riferimento a chi non parla la nostra lingua, poi lungo il corso dei secoli e delle vicende storiche, il temine barbaro é sempre più stato utilizzato come sinonimo per indicare un individuo: straniero, rozzo, violento, privo di cultura e civiltà. Quindi il significato onomatopeico di barbaro ha acquistato sempre più una connotazione totalmente negativa per indicare il diverso.

Più si va avanti con la fruizione del film e più ci si chiede: chi sono veramente i barbari? Gli stranierei, magari nomadi, con una lingua quasi inaccessibile e con una cultura legata soprattutto con la natura e con lo spirito delle cose? O i barbari sono individui eleganti, con una certa dose di fascino, che tengono a celare il loro vero Io, la loro vera indole e che sono in realtà capaci di qualsiasi nefandezza ed orrore perché guidati da un’assoluta mancanza di rispetto, una assoluta incapacità di mettersi nei panni altrui e quindi guidati da una profondissima condizione di ignoranza, con la sola sete di dominio e conquista da soddisfare ad ogni costo? Mi viene da rispondere entrambi, a seconda del significato che attribuiamo al termine “barbaro”.

Ciò che resta alla fine sono gli occhi: dapprima celati sotto un vezzo per incutere ancora maggiore austerità e ieraticità, poi occhi vuoti, occhi spersi che hanno visto l’orrore e lo sgomento, perciò occhi vuoti e smarriti che nessun paio di occhiali o carrozza veloce sarà in grado di celare e nascondere al mondo e all’evidenza; ancora occhi enormi e profondi, da grandi orizzonti che pure privati del piacere della bellezza rimarranno sempre in grado di ritrovare proprio quella bellezza perché da sempre educati a quest’ultima.

E allora, per non temere nessun barbaro, nessuno straniero dovremmo rieducarci alla bellezza e riscoprirla, dovremmo tornare a praticare l’empatia ed il rispetto per non dimenticare ancora che

«agli occhi dell’Altro, l’Altro siamo noi».₁

 
 
₁ La frase citata é stata pronunciata dallo scrittore Andrea Camilleri durante un’intervista nel programma tv “Che tempo che fa”.